L’arte e la maniera di affrontare il proprio capo…

Che cosa succede quando qualcuno decide di scrivere un testo di cinquanta pagine senza neanche un segno di interpunzione? Niente punti, niente virgole, nessun puntino di sospensione… Nulla di nulla. Io mi sento di dire che le possibilità sono due: o quel qualcuno è Georges Perec; oppure non lo è. Nel primo caso, ci saranno un (bel) po’ di persone che compreranno quel libro, nel secondo difficilmente si arriverà a uno. Perché chi conosce Perec sa che la provocazione – o meglio l’estremizzazione – nel suo lavoro non è mai  fine a se stessa. Anzi, è il punto di partenza della creazione letteraria, dell’invenzione. Infatti, non direi che l’assenza di punteggiatura sia l’ostacolo maggiore alla lettura di questo testo: già dopo poche righe la nostra mente interviene ad aggiungerla quasi in automatico e costruisce il suo ritmo di lettura, con l’ausilio di Perec, che evita grosse subordinazioni o inversioni dell’ordine della frase che potrebbero confonderci, compromettere il senso. Le difficoltà vere – e i piaceri più sottili – vengono dalla costruzione stessa del racconto, che parte da un diagramma di flusso e lo percorrre in tutte le direzioni, tutte le varianti possibili. Ciò significa sentirsi ripetere diverse volte una lunga serie di passaggi che portano a una nuova alternativa, a un nuovo sviluppo della storia. Per essere più concreti: vai dal tuo capo > non è in ufficio > passi a salutare una collega > è di cattivo umore > fai il giro di tutto il reparto > torni dal capo > le sue figlie sono malate > anche lui è malato > viene messo in quarantena. Alla decima ripetizione dei primi quattro passaggi, la quarta o quinta di tutti quanti insieme, sei vicino al punto di rottura. E qui – dev’essere l’influenza di Perec se non riesco che a spiegarmi così – le possibilità sono due: o sei entrato nel ritmo ipnotico della ripetizione, e cominci a goderti le piccole varianti che l’autore inserisce, oltre all’assurda moltiplicazione di fatti minimi che ti impediscono persino di introdurre la tua richiesta d’aumento di salario; oppure no, e allora molli il libro. Anzi, l’hai già abbandonato prima di arrivare a leggere questa sequenza. Per la cronaca, io sto tra quelli che se lo godono, ma tutti gli altri farebbero meglio a procurarsi una copia di Teatro, pubblicato da Bollati Boringhieri nel 1991, dove questa stessa storia è raccontata in maniera più facile da seguire. Rinunciare a Perec, quello mai. Non me lo sentirete mai dire.

L’arte e la maniera di affrontare il proprio capo per chiedergli un aumento, Georges Perec (Einaudi, 70 pp, 9 €)

Ascolta l’audiorecensione su RFT (clicca la puntata del 20-4)

Tag: ,

I Commenti sono chiusi