È già tutto nel sottotitolo: “271 morti in due o tre pose”. Se ti sembra un’idea strepitosa, il resto vien da sé. Perché poi Baroncelli ci mette un gusto e una cura, nel raccontare queste microstorie di personaggi perlopiù storici e perlopiù noti – attori, poeti, condottieri, ballerine, papi: diciamo che a me ne sfuggiva un venti per cento – che diventa difficile smettere di leggere: ancora uno… ancora uno… ancora uno… Ma il merito più grande di Baroncelli è non voler cercare retrospettivamente, dalla morte, un senso alla vita raccontata. Si accontenta, qua e là, di sottolineare ironie, beffe, casualità, persino ingiustizie. E quando serve non si limita alle morti, ma dà una bella rispolverata anche alle vite. Non so – non ho controllato – se si attenga sempre alla regola delle due o tre pose – immagini, inquadrature, episodi, o come volete chiamarle – ma di certo stupisce sempre per la fulmineità, la capacità di sintetizzare un momento importante o un carattere in un dettaglio, di accendere una metafora o una riflessione generale – amara, beffarda, fatale – dietro ogni virgola, non appena percepisce il rischio di impantanarsi. Un difetto? L’ordinamento per tipo di morte – di freddo, di gioia, per caso e non per caso, cuori infranti… – induce un minimo di ripetitività, nonostante tutti gli stratagemmi e l’arguzia dell’autore. Però alla fine si vorrebbe che queste mosche d’inverno non fossero solo duecentosettantuno, ma cinquecentoquarantadue, ottocentotredici o persino milleottantaquattro. Per fortuna esiste anche un Libro di candele. 267 vite in due o tre pose. Per gravi forme d’astinenza.
Mosche d’inverno, Eugenio Baroncelli (Sellerio, 252 pp, 13 €)
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