Nel museo di Reims

Se valga la pena leggere un libro dovrebbe dipendere soltanto dal contenuto. In questo caso, però, il rischio è che subentrino questioni economiche, perché parliamo di un volumetto di 54 pagine appena, commercializzato all’esosa cifra di 9,50 €. Io credo che ne valga ugualmente la pena, però la sempre benemerita casa dello struzzo farebbe bene a non spingersi troppo lungo questa china, perché non ci sarà sempre un Daniele Del Giudice a salvare la situazione. Il merito principale dell’autore veneziano d’adozione risiede in una qualità alla quale lentamente stiamo perdendo l’abitudine: una scrittura limpida, un procedere del pensiero acuto e preciso. Non c’è altro, perché l’esile trama – o forse sarebbe meglio chiamarlo spunto – nasce proprio al servizio della scrittura. C’è un uomo che sta perdendo progressivamente la vista e che decide di visitare alcuni musei e di osservare alcuni quadri – in particolare – prima che il buio prenda per sempre possesso delle sue pupille. La scelta non cade su quelli che universalmente consideriamo capolavori imperdibili, ma è dettata da motivi personali, più o meno imperscrutabili. Siamo al museo di Reims e qui avviene l’incontro con una donna, che inizia a guidare l’uomo e a descrivergli i dipinti esposti. Mentendo o – chissà – aggiungendo particolari assenti nel quadro ma capaci di dargli un senso preciso, di restituirne la verità. Fine. Il resto sono dettagli, sensazioni, il brivido sottile di una catena di parole – e pensieri, ragionamenti – impeccabile. Poi, da qui, rischio di cadere nella prosa lirica, perciò faccio stop. Grazie, Daniele Del Giudice, ultimo classico in un’epoca di scrittori sgarrupati.

Nel museo di Reims, Daniele Del Giudice (Einaudi, 54 pp, 9,50 €)

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